Tra “salvaguardia” e “soluzione” la differenza è di sostanza

Locandina video esodati

Non è da oggi che governi, sindacati e perfino alcuni comitati esodati, parlando dei 6.000 esodati rimasti imprigionati nelle falle (volute) della VIII salvaguardia, hanno sostituito il termine “salvaguardia” col più neutro e ambiguo “soluzione”. Ai più, l’uso di un termine piuttosto che l’altro potrà apparire cosa di poco conto ma l’uso sistematico di un sostantivo più che mai generico al posto di un altro dotato di un preciso significato giuridico deve far riflettere. Tanto più deve far riflettere ora che, dai ministeri preposti, l’adozione di un termine piuttosto che l’altro assume tutte le sembianze di una conditio sine qua non a prendere in considerazione una qualsivoglia decisione. Se guardiamo alla sostanza: partiti da un contesto di diritto ben chiaro e definito, attraverso una continua banalizzazione dei termini, siamo approdati ad affermazioni dal significato assai generico, del tutto distanti dalla consapevolezza di un preciso diritto negato. Le “soluzioni” ad un problema possono essere molteplici; possono anche coagulare una eterogeneità di istanze, ancorché tra loro antitetiche. Quale “soluzione” si va cercando se l’oggetto del discutere è un diritto costituzionale da restituire nella sua interezza? C’è solo da fare ammenda e restituire interamente il dovuto. La generica ricerca di soluzioni laddove invece le stesse appaiono addirittura palesi, non può che ingenerare il timore che gli obiettivi siano ben altri. Per altro verso, sarebbe davvero puerile pensare che l’uso della parola “salvaguardia” possa ingenerare una sorta di idiosincrasia di indirizzo politico, quasi a voler far credere che la scelta dei termini possa rivestire una qualche parte significativa nella contrapposizione tra schieramenti politici di opposto orientamento.

Suvvia, proviamo ad essere seri; le sinapsi degli esodati svolgono ancora egregiamente la loro funzione e reclamano maggiore rispetto per l’intelletto dei cittadini.

La conferma che sostituendo i termini si finisce in tutt’altra direzione da quella pura e semplice della sanatoria di un danno subito da una ben specifica platea di lavoratori giunge infatti puntualmente, nella giornata dell’8 marzo scorso, attraverso le colonne de Il Sole24Ore. L’anticipazione del quotidiano potrà anche subire smentite e rimaneggiamenti nei giorni a venire ma è chiaro che si sta lavorando ad un provvedimento che non serve agli esodati, è iniquo nei loro confronti e non sarà nemmeno accessibile a gran parte di essi. A prescindere dalle amare considerazioni di ordine costituzionale sul danno che gli esodati continuerebbero in tal modo a subire, occorre rilevare come la soluzione prospettata risolverebbe invece alcune altre annose criticità che, con gli esodati, non hanno nulla a che vedere. Eventualità questa che concorrerebbe però a rendere plausibile la dimensione della platea annunciata, diversamente inspiegabile. Gli esodati sono 6.000 e non 1.300 ma è proprio perché di soluzione e non di salvaguardia si parla, diventa possibile che destinatario ultimo del beneficio possa essere chiunque sia in possesso di determinati requisiti pensionistici, a prescindere che sia un esodato o meno.

Appurato che l’obiettivo di tale annunciato provvedimento non sono necessariamente gli esodati, l’interrogativo si traduce in:
cui prodest?

Non giova certo agli esodati che non hanno di che pagare le integrazioni contributive, ancorché addolcite da una comunque onerosa “pace contributiva”. Non certo alle donne esodate, che sono ben lontane dal monte contributivo necessario quanto dall’età per il pensionamento di vecchiaia e, per ragioni più o meno analoghe, neanche alle carriere discontinue più in generale. Non può giovare a chi, non avendo usufruito della Naspi, manco potrebbe accedere all’APE sociale (che tra l’altro è prorogata per un solo anno) e non giova a chi, esodato con 28, 29 o 30 anni di contributi, dovrebbe accendere un mutuo a vita per accedere all’APE volontaria. Per non parlare delle pesanti riduzioni economiche alle quali dovrebbero sottoporsi quelle donne che volessero o si trovassero costrette ad optare per Opzione Donna.

Altre sono le categorie che compongono la platea dei possibili beneficiari di tale obbrobrio legislativo: lavoratori vittime di indicibili leggerezze in fase di stesura degli accordi di ristrutturazione di ben specifiche aziende, che per questo motivo non potrebbero mai ottenere lo status di esodato. Lavoratori di altra azienda, usciti dal lavoro in età assai prematura con accordi individuali che ora credono di vedere in questa “soluzione” la possibilità di anticipare in qualche misura il pensionamento dimenticando forse che, dopo il 2025, i requisiti previsti dal regime Sacconi tendono ad eguagliare quello vigente. Situazioni arcinote, retaggio dell’incauto trascinare le criticità, anziché risolverle con gli opportuni strumenti, figlie delle passate legislature per le quali si è sempre cercata la soluzione a spese degli esodati e che ora sindacato e governo devono sentirsi in dovere di dirimere separando, una volta per tutte, le tematiche concordando e predisponendo opportune e specifiche soluzioni per ognuna di queste criticità.

I giochi sulla vita e sulla dignità degli esodati devono finire.

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