Ottava salvaguardia – 36 mesi al requisito per tutti gli esodati

 
 
manifestanti IIX salvaguardia

 
C’è un aspetto della vicenda esodati che, per ragioni strumentali di alcuni attori, nonché per una invalsa tendenza a circoscrivere il dibattito politico ad una sorta di crociata tra opposte fazioni, solitamente viene trascurato, non di rado con mal riposto sdegno, dalla maggioranza degli esodati. Poche voci fuori dal coro, per lo più invise all’una quanto all’altra parte del confronto, condannano l’inveterato malvezzo, figlio di questa idea feudale del confronto democratico e che non va oltre all’oltraggio fine a se stesso nei confronti del personaggio politico di turno, attribuendo a quest’ultimo quasi un valore iconoclastico a fronte di ogni ingiustizia subita. Questo la dice lunga circa il livello del dibattito politico nel nostro Paese ma la dice lunga anche sulla fondatezza delle attuali aspettative in tema di salvaguardie.

Pensare che in un sistema bicamerale, costituito da 630 parlamentari e 315 senatori, il cui elevato numero è per altro funzionale a garantire una adeguata rappresentatività alle minoranze, possa esistere un ragionevole spazio per avventurose e impopolari iniziative di qualche isolato parlamentare, è semplicemente infantile oppure, come ho già accennato, è strumentale. Si deve pertanto assumere che gli esodati non rappresentino il parto di una notte insonne di un manipolo di “tecnici”, bensì che siano il prodotto intermedio di un disegno restauratore e che la genesi della relativa Legge non debba relazionarsi ai giorni dell’approvazione della Legge stessa ma che, caratterizzata da una inquietante ricorrenza di obiettivi con il Programma teorizzato da Licio Gelli, rappresenti un preciso continuo con la prima contro-riforma Amato del ’92 e con tutti i successivi mutamenti normativi del mondo lavorativo e previdenziale.

Che la contro-riforma Monti-Fornero non presenti alcuna relazione di casualità o di soggettività è dimostrato ancor più dagli eventi successivi alla emanazione della Legge: basti pensare ai temporeggiamenti nel decretare la prima salvaguardia, alla formulazione della PDL 5103 unificata, alle salvaguardie cosiddette “anno per anno”, alle evidenti e reiterate discriminazioni in merito ai requisiti; senza dimenticare il sostegno offerto a formule quali Opzione Donna, l’utilizzo capzioso del fondo esodati, le plateali approssimazioni nella redazione dei testi di legge che hanno consentito la salvaguardia di soggetti non esodati e la macroscopica incongruenza dei dati previsionali elaborati da INPS con quelli a consuntivo.

Tra gli eventi che seguirono la contro-riforma, a mio parere, occorre innanzitutto distinguere due periodi: il primo che, insieme alla nascita della PDL 5103, annovera l’emanazione delle prime tre salvaguardie e il secondo che comprende le restanti salvaguardie con la riformulazione della PDL 5103. Non sarebbe facile comprendere le ragioni di un Calvario dal sapore quasi persecutorio che, benché si trascini ormai da ben cinque anni, ancora non vede emergere la volontà di porvi fine secondo giustizia ed equità, senza soffermarsi sulla genesi delle prime tre salvaguardie e sulla già menzionata PDL 5103.

Le prime due salvaguardie videro la luce nel 2012 (DM 1° giugno 2012 e L.135 del 7 agosto 2012) mentre la terza, attuata con Decreto interministeriale del 22 aprile 2013, di fatto fu prevista nella Legge di Stabilità approvata l’anno precedente (L. 228 del 24 dicembre 2012). Di fatto, furono approvate o comunque previste tre salvaguardie, per complessivi 120.136 salvaguardie in un solo anno anzi, in soli sei mesi o poco più. Più dei 2/3 delle complessive salvaguardie previste (per la precisione 88.160 successivamente ridotte di 20.000 unità causa inutilizzo) riguardavano lavoratori in mobilità o appartenenti ai fondi di solidarietà di settore. Viene davvero difficile immaginare, soprattutto alla luce della odierna situazione di fatto, che non ci si sia voluti preoccupare innanzitutto di evitare l’intervento della Corte Costituzionale riconoscendo l’evidente diritto a chi, numericamente rappresentativo e forte di un accordo sottoscritto anche da rappresentanti dello Stato, avrebbe potuto chiamarla a sentenziare. Convinzione che si rafforza ulteriormente dalla lettura della dura replica all’allora Ministro Fornero, comparsa su “Il Sole24Ore” del 14 aprile 2012, con la quale Confindustria prendeva le distanze dalle decisioni del Governo nel contempo invitandolo ad adottare le dovute contro misure.

D’altro canto, che gli esodati non fossero il fine ultimo della contro-riforma ma piuttosto uno strumento propedeutico alle successive trasformazioni, prevedibili se solo si avesse voluto contestualizzare il fatto nel quadro politico sociale del momento, appare anche dal testo della prima stesura della PDL 5103 , in applicazione della quale le modifiche introdotte avrebbero configurato pressoché esattamente quello che oggi si promette con la ottava salvaguardia, comprese le limitazioni alla decorrenza (entro il 31 dicembre 2018) per i soli contributori volontari. Il rischio occulto nella PDL 5103 consisteva però nel fatto che, come già avvenuto in casi analoghi (vedi messaggio INPS n. 17606 del 4 novembre 2013), a chi avesse raggiunto i nuovi requisiti prima di quelli previsti in salvaguardia (sarebbero stati la maggioranza), in considerazione del principio adottato pochi mesi dopo da INPS col messaggio in questione e mai rivisto ne contestato dal Ministero, molto probabilmente sarebbe stato applicato il calcolo interamente contributivo.

In considerazione di tutto ciò e vista la forte inerzia delle istituzioni dopo la prima fase delle salvaguardie, supporre che l’obiettivo reale della contro-riforma Monti-Fornero non fosse limitato alle semplici esigenze di cassa immediate, per cui l’insorgere di uno stato di indigenza per una sostanziosa parte della popolazione sarebbe stata una collateralità draconianamente ritenuta inevitabile, ma che mirasse piuttosto ad indurre uno stato di bisogno e di incertezza tali da far apparire il regime contributivo quasi una normalità, in molti casi perfino un male minore e comunque un atto di giustizia, diventa una ipotesi plausibile. Per contro, proviamo ad immaginare quale avrebbe potuta essere la reazione della popolazione se, di punto in bianco, nel 2011, il governo avesse annunciato che, da quel momento in poi, per andare in pensione si sarebbe dovuto accendere un mutuo ventennale. Eppure, prima ancora della contro riforma Dini (1995) che spalancò le porte alle pensioni integrative, questo era già addirittura negli obiettivi del “Programma di rinascita” di Licio Gelli (1976) laddove progettava un sistema previdenziale di tipo assicurativo.

Stupisce che tutto questo non sia mai uscito per voce dei comitati, sempre tesi unicamente a contrattare, da posizione necessariamente subordinata, una equità che è stata deliberatamente negata fin dal principio e che permane anche ora che dalla controparte giungono precisi segnali di game-over. La ottava salvaguardia, dopo dieci mesi di inerzie, è confluita in Legge di Stabilità dove ci si potrà solo appellare alla presentazione di emendamenti che, dopo il referendum, potrebbero subire ancora sostanziali stravolgimenti o che, come avvenuto per la settima salvaguardia, potrebbero ottenere una bocciatura in blocco a prescindere. Certo non sarebbe stato facile adottare una linea più decisa e conflittuale ma una posizione meno fideistica nei confronti del partito di riferimento, forse qualche frutto lo avrebbe portato. Ora non ci sarebbe più tempo per mutare atteggiamento; si farà l’ennesimo presidio per testimoniare l’irriducibilità degli esodati a rivendicare i loro sacrosanti diritti previdenziali e di equità, in conformità a quanto prevede la Costituzione ma, in quanto ad incisività, non si otterrà più di quanto la controparte non fosse decisa a concedere fin dall’inizio. E’ proprio in considerazione dei contenuti della originale PDL 5103 unificata che però ora, i suoi proponenti, hanno il dovere morale di irrigidirsi nel pretendere i 36 mesi sui requisiti, per tutte le categorie esodate come era scritto nella PDL da loro licenziata; cosa che si può ottenere soltanto se ci si schiera fattivamente a tutela di un corretto utilizzo del fondo esodati, mondando il dibattito da tutte le interpretazioni capziose della Legge.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

* Ai sensi del GDPR 679/2016 la pubblicazione dei commenti è subordinata al consenso attivo alla raccolta dei dati personali richiesti, necessari a tenere traccia dei commenti stessi. Maggiori informazioni su come, dove e perché vengono memorizzati questi dati sono consultabili alla pagina della Informativa sulla Privacy Policy del sito .

*

  Acconsento a fornire i dati personali richiesti, che verranno trattati in conformità a quanto indicato nel documento della Privacy Policy del Sito

Per inviare un commento è necessario che i cookie del servizio "Invisible Recaptcha" siano abilitati.
Le impostazioni dei cookie possono essere modificate accedendo a questa pagina del Sito