Esodati, evolvere verso la coalizione sociale

A dispetto delle improbabili previsioni di ripresa, ovviamente sempre proiettate all’anno che verrà, la situazione economica del paese precipita sempre più in direzione di una catastrofe umanitaria, al pari della Grecia. Non saranno certo la decontribuzione o la libertà di licenziare in massa concesse agli industriali dal Jobs Act a creare fiducia e consumi, come non saranno certo gli inadeguati indennizzi previsti dalla legge a restituire certezza di reddito ai malcapitati. Per non parlare poi delle sempre più ridotte, in termini di tempo e di denaro, tutele assistenziali per chi resta senza lavoro. In questo preoccupante quadro generale, si prepara ora un nuovo proditorio attacco al sistema pensionistico diffondendo anticipazioni inquietanti attraverso i media nazionali dove, da alcune settimane, si parla apertamente e sempre più insistentemente di ricalcolo su base contributiva delle pensioni in essere, lasciando ad intendere come per scontato che, per quanto concerne gli esodati non formalmente salvaguardati, il loro costituzionale diritto a percepire quanto stabilito dai patti, in forma e sostanza, possa soddisfarsi attraverso forme di assistenzialità commisurata ai soggettivi redditi e patrimoni. D’altra parte, solo in questo senso si può riscontrare una logica in quel “censimento” voluto dalla Commissione Lavoro (e non certo dai comitati né tanto meno dalla Rete dei Comitati) per mezzo del quale si ritiene di dover censire anche i redditi soggettivi e famigliari degli esodati.

Alla luce di tutto questo, limitarsi a discutere di salvaguardia mentre la controparte mette in campo l’artiglieria per ridimensionare sensibilmente e contro ogni ragionevolezza le pensioni, tanto ai pensionati quanto agli esodati, sarebbe pura miopia destinata ad infrangersi contro il mantra del “ce lo chiede l’Europa”. Se prima poteva ritenersi prematuro aprirsi a logiche di tipo sociale, in quanto molti non avrebbero compreso il momento storico restando ancorati al loro problema specifico, ora sarebbe castrante temporeggiare ulteriormente. Non è più possibile pensare che possa esistere una via d’uscita per gli esodati se non si difende l’istituto della pensione (e del lavoro) in primis. Difendere pensioni e lavoro è difendere parimenti gli esodati e le ragioni sono evidenti se pensiamo che già ora circolano ipotesi di misure assistenziali da parametrarsi al reddito per coloro che non rientrano nelle attuali salvaguardie. Difendere le pensioni affinché per tutti esista ancora una pensione alla quale traguardare e difendere il lavoro perché è solo col lavoro che si versano quei contributi indispensabili a mantenere in efficienza il sistema pensionistico di tipo redistributivo oggi esistente; l’unico ragionevolmente proponibile.

Chi oggi ancora pensasse che tutto possa risolversi con il raggiungimento del suo personale, quanto precario obiettivo, verrebbe sconfitto dall’incalzare degli eventi. L’attacco alla classi basse e medio basse è ormai su tutti i fronti e su tutti i fronti bisogna reagire; non da un punto di vista corporativo bensì dal punto di vista di un’unica classe di sfruttati, nella quale non ci deve essere distinzione, perché non c’è, tra studenti, lavoratori, disoccupati, esodati e pensionati; siano essi uomini o donne oppure stranieri piuttosto che nativi. Lo sfruttamento e l’oppressione delle classi deboli, in tutte le loro connotazioni, non hanno colore, sesso o nazione.

Per questi motivi e in considerazione della totale assenza di una rappresentanza politica e sindacale, nasce in tutta la sua evidenza la necessità di uscire dall’ambito delle problematiche corporative per saggiare le possibilità di un cammino comune, o quanto meno parallelo, con le forme di coalizione sociale oggi presenti nel Paese. In quest’ottica, da oggi il blog muterà gradualmente il suo orientamento redazionale, non certo per abbandonare gli esodati al loro destino, bensì per favorire l’apertura di nuovi e più ampi orizzonti alle loro rivendicazioni.

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