Rispondere alle provocazioni sul ricalcolo delle pensioni è un grave errore strategico.

 

ratifica della Costituzione

 

Da settimane ormai le esternazioni del dott. Boeri hanno assunto carattere pressoché quotidiano. Inutile qui addentrarsi nel merito delle sue discutibili argomentazioni, che spaziano da una lettura estremamente personale dei dati di bilancio dell’Istituto previdenziale al mantra di una pelosa equità intergenerazionale a divenire. Accantoniamo pure l’ultima facezia sulla provvidenzialità (a suo dire) dell’apporto contributivo degli extracomunitari; più che un autorevole apporto di scienza economica, pare un maldestro tentativo di aggancio al pensiero tardo capitalista dei vari John Elkann e Sergio Marchionne, per finire al mirato buonismo, proprio di chi, nella figura dello straniero disposto a lasciarsi sfruttare, sottintende agli autoctoni un esempio virtuoso da imitare. La questione non è cosa esce dalla bocca del boiardo di turno, quanto comprenderne la finalità e queste le conosciamo fin dai tempi della cosiddetta “riforma” Amato (1992).

Venticinque anni è durata la transizione da quello che era un sistema previdenziale solidaristico a quello che ormai palesa apertamente la sua indole profondamente liberista. Un quarto di secolo durante il quale la mutazione è avvenuta a piccoli passi. Il regime contributivo è stato introdotto inizialmente discriminando tra giovani, meno giovani ed anziani e, in quel frangente, i lavoratori già in pensione pensarono egoisticamente di averla scampata ma lo spartiacque tra retributivo e contributivo, in generale, lo subimmo semplicemente grazie ad una massiccia propaganda secondo la quale, con quattro lire, ci si poteva rivolgere ad una assicurazione integrativa, tanto che alla fine i destinatari del contributivo sembrava che addirittura fossero potenzialmente privilegiati. In un certo qual modo, questo è asseverato dalla mancanza di alzata di scudi del sindacato e dall’assoluto menefottismo dell’intera generazione che adesso grida allo scandalo. Invece il calcolo retributivo rientrava, e continua a rientrare, in quel patto sinallagmatico sul quale poggia il rapporto tra lavoratore e Inps. La rottura di quel patto, a qualsiasi titolo e in qualsivoglia forma, ha del criminoso ma, nonostante ciò, il principio che vincola le sorti delle singole pensioni ad algoritmi di ordine finanziario divenne legge. Il diritto di una parte fu sconfessato e quello delle restanti parti divenne per coerenza un privilegio che, prima o poi, si sarebbe potuto tentare di cancellare, magari anche col contributo e plauso di chi per primo, complice la sua stessa inedia, dovette soccombere.

Dopo i giovani toccò agli esodati, altra categoria nella categoria, immolati ai voleri di Bruxelles e di una Christine Lagarde che, con puntuali tempismo e singolarità, di tanto in tanto lancia ammonimenti contro quel che resta del regime retributivo ma, nel contempo, nulla mostra di sapere della zavorra assistenziale nei bilanci. Caso paradigmatico quello degli esodati, sia per gli effetti retroattivi della legge, sia per il lungo stillicidio di farraginosi e volutamente mai risolutivi provvedimenti dei quali sono stati oggetto; un paradigma all’apparenza studiato per inculcare, attraverso incertezze e sofferenza, la convinzione di una svolta epocale irreversibile.

Se così fosse, allora la questione esodati non sarebbe la conclusione di un processo ma solo un passaggio intermedio e gli esodati stessi uno strumento di tale processo, così come sono strumento finalizzato al cambiamento quei lavoratori e quelle lavoratrici che, pur di agguantare una pensione quale che sia, contribuiscono allo smantellamento dello stato sociale con la loro dichiarata disponibilità al ricalcolo contributivo della propria pensione.

Che, nelle intenzioni, la situazione attuale costituisca un passaggio verso una più radicale demolizione del sistema previdenziale, sembrerebbero confermarlo le due proposte di legge (AC 3478/2015 e 3858/2016) rispolverate alla Camera. Per altro verso la legge sui vitalizi, da poco approvata dalla Camera, è essa stessa motivo di apprensione per le possibili ricadute in materia di diritti quesiti. In prossimità della campagna elettorale, nessuna forza politica sarebbe disposta ad assumersi la paternità di un sistema pensionistico in macerie ma, una volta spartiti seggi e ministeri, tra i peana di un sindacato in delirio per l’ennesima conquista (a suo dire) di civiltà, gli appetiti nei confronti delle tasche dei pensionati potrebbero risvegliarsi.

Rispondere, dare riscontro alle esternazioni di Boeri quindi non ha molto senso e può perfino rivelarsi controproducente perché dispersivo. Altre sono oggi le questioni da seguire e dibattere attentamente; questioni sulle quali le strumentali sovrapposizioni di Boeri creano solo diversivo.

Il 4 dicembre scorso gli italiani hanno espresso un verdetto netto e incontrovertibile:

la Costituzione non si tocca.

Oggi, a soli sette mesi di distanza, c’è chi vorrebbe disattendere quel verdetto per modificarla a danno delle pensioni in essere (quelle future le hanno già saccheggiate). Di questo ora dobbiamo dibattere nei comitati, sui blog e attraverso i media. Non necessita impegolarsi in estenuanti quanto inconcludenti diatribe con il boiardo di turno;

c’è bisogno soltanto di
ribadire in massa,
forte e chiaro, che

LA COSTITUZIONE NON SI MODIFICA,
SI APPLICA

 

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