Roma 2 aprile 2016 – Considerazioni sulla manifestazione sindacale

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La manifestazione sindacale del 2 aprile 2016, appena conclusa, mi induce ad alcune considerazioni.
Partiamo dalle rivendicazioni riportate in uno dei volantini distribuiti dai tre sindacati nei giorni immediatamente precedenti la manifestazione:

  • Cambiare le pensioni
  • Dare lavoro ai giovani
  • Flessibilità per tutti
  • Rispetto per fatica e lavori diversi
  • 41 anni di contributi bastano
  • Pensioni dignitose oggi e domani

Intenti sicuramente nobili e condivisibili, forieri di equità e giustizia da parte di uno stato tornato al servizio della qualità di vita dei suoi cittadini, ma gli esodati? Che fine hanno fatto nelle rivendicazioni quelle famiglie che, oltre a mancare di tutte le cose elencate nel volantino, da tempo mancano anche di lavoro, pensione e reddito? E’ pur vero che su diversi palchi è stato concesso lo spazio per interventi da parte degli esponenti dei comitati esodati ed è vero che alle manifestazioni gli esodati erano presenti con i loro stricioni e con i loro slogan ma la sostanza è che la loro partecipazione non ha ottenuto alcuna visibilità attraverso i media. Casualità? Scarsa presenza di esodati? Laddove si contano partecipazioni che, in molti casi, complessivamente non raggiungevano che poche centinaia di partecipanti, nei casi migliori qualche migliaio da contarsi sulle dita di su una sola mano, risulta difficile pensare che proprio i casi più rappresentativi e disagiati di questa politica regressiva, anche se numericamente scarsi, possano essere scomparsi alla vista dei media, sempre famelicamente a caccia di immagini e interviste che possano potenzialmente promettere facili sensazionalismi. Eppure gli esodati non compaiono memmeno nelle interviste post manifestazione rilasciate dai tre leader sindacali. Vediamo sinteticamente, per esempio, cosa riporta in proposito il quotidiano La Stampa del 02-04-2012:

Giornata di mobilitazione dei sindacati, che scendono in piazza per chiedere la riforma della legge Fornero sulle pensioni. «Cambiare le pensioni, dare lavoro ai giovani» è lo slogan scelto da Cgil, Cisl e Uil per la manifestazione unitaria.

Nello stesso articolo ecco in sostanza i commenti dei tre leader sindacali:

Susanna Camusso CGIL – Venezia
«Deve cambiare il rapporto coi singoli lavori – ha aggiunto la Camusso – e ci vuole una relazione con la faticosità del lavoro come ci vuole una relazione con l’inizio dell’attività lavorativa»

Annamaria Furlan CISL – Roma
«Il governo faccia il suo lavoro: convochi le parti sociali e sia in grado di presentare la sua proposta. Deve convocare un tavolo di confronto domani. Lo chiedano anche le imprese che devono innovare e non è possibile con un’età così alta, lo chiedono i lavoratori e i giovani»

Carmelo Barbagallo UIL – Napoli
«Come abbiamo spiegato mille volte non tutti i lavori sono uguali, un edile non può salire su una impalcatura fino a 70 anni, un insegnante di scuola materna non può insegnare ai bambini fino a 70 anni»

Gli esodati sono letteralmente scomparsi da ogni commento. D’altro canto, gli esodati sono scomparsi già da qualche tempo dagli schermi e dai giornali, sostituiti a loro volta da lavoratori precoci, quote 41, Opzione Donna e quant’altri, tutti uniti nella pur giusta richiesta di riformare l’attuale sistema previdenziale in prospettiva di una uscita graduale dal lavoro e di una vecchiaia dignitosa. Tutto giusto e condiviso, sia chiaro, ma questi un reddito lo hanno conservato. Se di priorità dobbiamo necessariamente parlare, non possiamo sottovalutare che chi resta al lavoro oltre il giusto soffre mentre chi non percepisce reddito muore di stenti.

Da tempo e da ogni direzione, anziché decrescere, si va accentuando una fallace tendenza a far di tutt’erba un fascio, fino al punto di relegare nel limbo delle rivendicazioni, delle priorità e degli impegni, la vicenda esodati e presumo che non si tratti di un fatto casuale. Mentre l’ambizione ad una vecchiaia serena e dignitosa mira consapevolmente ad un patteggiamento delle regole e delle misure in cambio di un addomesticamento dei requisiti, la rivendicazione di un diritto leso non può che mirare al recupero di tale diritto. Non c’è nulla da patteggiare nel riconoscimento di un dolo e nel conseguente reintegro del diritto leso. Questo è il punto che differenzia l’obiettivo di un esodato da quello di tutte le altre categorie che, tra le altre cose, in buona parte sono ancora (iniquamente) al lavoro. Questa, con tutta probabilità, è la ragione di fondo per la quale ora si potrebbe voler glissare sul dramma di quasi 24.000 famiglie e aprire a dismisura spazi di ascolto ad altre istanze con le quali, a differenza di quanto avviene con gli esodati, si possono facilmente configurare spazi di convergenza con l’intenzione del governo di mettere ancora una volta mano all’intero impianto strutturale della Previdenza e forse anche dell’Assistenza. E’ plausibilmente questa una delle ragioni per cui, per esempio, parte del fondo, per legge destinato unicamente alla soluzione del dramma degli esodati, venne stornata per finanziare il prolungamento della sperimentazione “Opzione Donna”, cosa per la quale gli stessi comitati avevano dichiarato in precedenza la disponibilità delle loro iscritte ad accettare il ricalcolo contributivo delle quiescenze.

Stabilito che la soluzione per gli esodati non può transitare per una rinegoziazione delle regole e degli importi, dobbiamo però interrogarci se la ventilata flessibilità vada davvero in favore delle esigenze delle altre categorie. Soprattutto, dobbiamo domandarci se andrà davvero in favore delle generazioni future. A sentire l’intervento del Ministro Poletti al Question Time del Senato del 31-03-2016 (dal min. 56:00) avrei molti dubbi. Le riforme si faranno, se si faranno, tenendo conto delle esigenze di bilancio e degli accordi intercorsi con i partners europei. Tradotto: se volete andare in pensione prima, pagate. Quanto dovrete pagare lo valuteremo in funzione dei bilanci. In sostanza, nessun passo indietro per quanto riguarda la controriforma in vigore; nel migliore dei casi, semplicemente una diversa ripartizione dei costi a carico dell’INPS, valutata sul lungo termine, in base alle proiezioni di vita. Di fatto, le legittime aspettative di chi già ha dato in abbondanza alla società saranno valutate alla stregua di una onerosa magnanimità da parte dello Stato. Ma è davvero questo che stanno chiedendo i lavoratori, quelli che hanno versato il 33% della loro retribuzione per 40 e anche più anni? O non saranno piuttosto, in numero significativo, coloro che, per 40 anni, hanno versato contributi talmente minimi (non di rado in contrasto a tenori di vita del tutto incongrui) per cui ora non trarrebbero danni economici significativi nel passaggio da un sistema di calcolo all’altro o da una penalizzazione in percentuale? A giudicare dalle tabelle Istat facenti riferimento alle categorie di contribuenti a più basso reddito, qualche domanda sarebbe doveroso porsela.

Per quanto riguarda invece le generazioni tutt’ora in attesa di primo impiego, non sarà certo la sola flessibilità in uscita a favorirne il turnover. Non lo è stata dal ’92 ad oggi e non lo sarà di certo da ora in poi, se il perdurante declino industriale ed economico non accennerà ad arrestarsi. Le aziende assumono, quando assumono, in misura ampiamente frazionaria rispetto alle uscite, con contratti a termine e solo a fronte di benevoli sgravi fiscali e contributivi. Per contro, nei confronti di chi è ancora in iter di carriera o vi accederà in futuro, quella flessibilità, che ora viene invocata a sanatoria di un vuoto normativo, costituirà una pesante spada di Damocle in mano alle aziende e che consentirà loro di ridimensionare il personale con qualsiasi scusa sarà comunque loro facoltà di chiedere la pensione anticipata. In altre parole: una pericolosissima arma lasciata nelle mani delle aziende, il cui utilizzo potrebbe perfino tornare utile alle istituzioni in ottica di riconoscere pensioni ridotte in prospettiva. Sinistramente premonitore suona purtroppo in tal senso il commento rilasciato a La Stampa di Annamaria Furlan (CISL) già più sopra riportato:

«Deve convocare un tavolo di confronto domani [ il governo n.d.r. ]. Lo chiedano anche le imprese che devono innovare e non è possibile con un’età così alta, lo chiedono i lavoratori e i giovani»

Con un’età così elevata non è possibile innovare….

Da tutto questo emerge palese come il governo possa manifestarsi disponibile, direi quasi ansioso, di intervenire in direzione della flessibilità. La dichiarata disponibilità ad assoggettarsi ad una riformulazione verso il basso delle regole crea proprio quel precedente, a lungo cercato tra gli esodati, necessario a mutare in privilegio quello che oggi è ancora un diritto, a mutare in oggetto di rivisitazione ad ogni occasione utile ciò che oggi è ancora un diritto acquisito, quantificabile in qualsiasi momento dal cittadino. Se dovesse passare una riforma su queste basi, per altro già prefigurate in molteplici circostanze, il fattore discriminante non sarebbe tanto calcolare quanto verrebbe a costare anticipare di un anno o più il pensionamento ma sarebbe la sostanziale indeterminabilità del momento del pensionamento medesimo e, di conseguenza, il reddito che dalla pensione potrebbe derivare. Questo dipenderebbe infatti da quando si cesserà effettivamente il lavoro, forse dal PIL e dall’ISEE e, più che altro, da quando il datore di lavoro deciderà che è giunto il tempo di svecchiare i ranghi. Ovviamente, e dovrebbe essere superfluo rimarcarlo, questa sarebbe anche l’eredità che lasceremmo alle generazioni future.

La questione previdenziale sta scivolando sempre più su di un piano inclinato molto pericoloso per gli aspetti sociali a venire. La manifesta tendenza a voler considerare le eterogenee istanze previdenziali come un unicum da parte del sindacato, con la conseguente distrazione da alcune specifiche tematiche da un lato e la genericità di contenuti coi quali si pone a cavalcare la tigre dall’altro, a mio avviso, rappresentano sintomi quanto meno inquietanti di una sostanziale estraneità alle reali istanze dei lavoratori in questione ma, più ancora, dimostra che il cammino verso una effettiva riconciliazione con lavoratori, esodati, pensionati e finanche giovani, non può ritenersi concluso con una rituale manifestazione tanto ricca di generiche promesse quanto vuota di contenuti programmatici ed inquietante per le troppe considerazioni non fatte.

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