Esodati, serve una nuova strategia

il_popolo_in_marciaIl dramma della Grecia pare sempre più prossimo ad uno scontato epilogo e soltanto un appoggio politico economico della Russia sembrerebbe poter evitare la scientifica e definitiva rovina del popolo greco. In una simile prospettiva tra l’altro, non pare affatto casuale l’improvvisa minaccia USA di inviare truppe e armi pesanti sul territorio ucraino minacciando, di fatto, una escalation della tensione militare. Tanto sembra possa valere la capitolazione della Grecia agli occhi del potere liberista che, nel tragico destino imposto al popolo greco, vede un monito per tutti quei popoli che ancora coltivassero qualche segreta velleità di resistenza. “Colpire uno per educare molti”; un tragico motto purtroppo già tristemente noto alla Storia e non è difficile riconoscere il popolo italiano tra i primi destinatari di tanto palese minaccia. Una minaccia diretta alle popolazioni e non certo ai governi che, nella generale inconsapevolezza dei loro cittadini elettori e senza mai interpellarne la volontà, hanno sottoscritto accordi capestro, cedendo ampi margini di sovranità al potere finanziario: da quella monetaria a quella parlamentare.

L’obiettivo primario,per il nostro parlamento come a suo tempo per quello greco, non è più il benessere dei cittadini, come recita la Costituzione, bensì il pareggio di bilancio e, per rendersene conto, basta leggere i relativi accordi internazionali (tutti ratificato senza mai interpellare i cittadini) o, più semplicemente, basta leggere la lettera della BCE, inviata nell’agosto del 2011 all’allora premier Berlusconi, con la quale venivano dettate al nostro governo le misure (leggi condizioni) che si ritenevano “opportune” ad evitare il commissariamento del governo stesso.

Misure ed effetti che, in larga parte, sono assimilabili a ciò che è avvenuto in Grecia: disoccupazione alle stelle, precarizzazione del lavoro, azzeramento del credito, mancata perequazione di salari e pensioni, aumento dei requisiti pensionistici, abbattimento delle tutele sul lavoro, tagli indiscriminati all’assistenza, alla scuola, alla ricerca e alla sanità.

Ora si parla di contro riformare le pensioni ma, a pagare, già sappiamo che saranno chiamati sempre gli stessi: quel ceto medio che il suo welfare lo ha pagato fino all’ultimo soldo e che ora viene apertamente criminalizzato se pretende di incassare quanto gli è dovuto. Se per i salari, con l’approvazione del Jobs Act, il dimezzamento è già una realtà, tra mancate perequazioni e contro riforme che, nell’osservanza dei diversi copioni imposti dalle circostanze, si susseguono grazie al fattivo contributo di tutto l’arco parlamentare, altrettanto salato è il contributo che si pretende ora dalle pensioni medie.

Non a caso si deve parlare di pensioni, quindi di sistema previdenziale e non di pensionati. Perché il “contributo” forzoso che stanno per imporre riguarda tutti: i pensionati in essere ma, ancor più quelli che verranno. Non fa certo eccezione in questo la categoria degli esodati che, dopo anni di emarginazione e di umiliazioni, ora è blandita da vaghe promesse e ipotesi di soluzione al loro problema; manco a dirlo, tutte a perdere.

Nei confronti degli esodati si parla di un 8% di penalizzazione o di una mensilità decurtato dal reddito annuo (il che è la stessa identica cosa) ma l’obiettivo finale è quel 30% del quale il governo parla servendosi di interposta persona per saggiare le reazioni del ben più vasto bacino delle pensioni in essere. Un 30% che colpirebbe, in egual misura, esodati e pensionati e, ancor più, le generazioni dei pensionati futuri.

Da tutto questo appare chiaro come le attuali rivendicazioni degli esodati debbano cercare sbocco oltre le semplice richieste di audizioni che, se hanno prodotto i prevedibili frutti in passato, sarebbero ora destinate ad ottenere vaghe promesse dilatorie o, nella migliore delle ipotesi, una pensione destinata a dimezzarsi nel breve volgere di qualche mese. Non sarebbe nemmeno da escludersi una certa disponibilità, da parte del governo, a cedere alle richieste dei comitati in quanto, in un contesto di pareggio di bilancio, questo offrirebbe al governo l’alibi per tagliare le pensioni in essere quindi, a maggior ragione, quelle future, salvaguardati compresi.

La questione esodati, se mai lo fosse stata, cessa quindi di essere semplicemente una questione di diritti negati, quasi si trattasse di una sorta di vertenza di categoria, per assumere i tratti di una questione più che mai politica. Tutt’al più, ci si potrà dire apartitici e le ragioni ci stanno tutte, ma non ci si può definire apolitici quando di mezzo c’è la sopravvivenza stessa del sistema pensionistico. Sopravvivenza che non può più essere affidata alle strategie ondivaghe e dilatorie di qualche politico o al proseguo di quello stillicidio di provvedimenti, tanto raffazzonati quanto parziali, che si susseguono da tre anni e mezzo a questa parte.

Per questo motivo, la lotta degli esodati deve aprirsi a nuove soluzioni, guardando alla possibilità di creare alleanze con altre realtà ma anche guardando alla eventualità di agire sul piano legale, soprattutto ora che già più di una sentenza della Corte Costituzionale hanno chiaramente indicato la misura di quanto, in termini di stato sociale, il nostro paese già si sia allontanato dal dettato della Costituzione.

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