Esodati, pensionati e lavoratori – Un solo fronte a difesa dello stato sociale

quattro_cav_apocalisseLe elezioni amministrative del prossimo 31 maggio sono ormai prossime e, come da consolidata tradizione, la politica adotta toni più sommessi, come detta la circostanza, perché è evidente che, sebbene si tratti di amministrative che coinvolgono solo 2000 degli oltre 8000 comuni italiani, si tratta pur sempre di un importante termometro atto a misurare gli orientamenti dell’elettorato. Un termometro che, nelle intenzioni di Renzi deve consolidare quel finora millantato 40% di consensi. Risultato sostanzialmente millantato in quanto, va ricordato, è il risultato di consultazioni europee e non nazionali, inoltre viziato da un astensionismo di quasi il 50% dei votanti. A casa mia, il 40% della metà degli elettori aventi diritto corrisponde infatti ad un 20% reale e non è certo quella la percentuale che può consentire a Renzi di porsi saldamente alla testa di quel Partito Unico delle Destre al quale mira al di là di ogni dubbio. Elevato è il rischio che, in caso di nuove consultazioni, la destra populista possa sopraffarlo con percentuali di consensi molto più consistenti; un anticipo già si è avuto nella scorsa tornata elettorale con la prepotente ascesa dei 5S ed oggi il razzismo propagandato da Salvini nelle piazze trova facile presa sui cittadini; tanto più attecchisce sui cittadini dei grandi centri urbani, dove le tensioni sociali hanno ormai raggiunto livelli inquietanti.

La ostentata serenità di Renzi quindi è tutta da verificare e, alla resa dei conti, rischia di rivelarsi per quella che in fondo è: una maschera sotto la quale si cela la debolezza di un governo, mai designato dalla volontà popolare e privo del suo consenso, che mira alla disintegrazione dello stato sociale.

Per questo motivo il governo non può assolutamente disinteressarsi dell’esito delle prossime consultazioni e, nonostante i toni sommessi, non se ne disinteressa affatto. Messo momentaneamente il silenziatore a Boeri per pura opportunità elettorale, il governo prende tempo sulla questione pensioni e intanto alimenta una campagna mediatica di proporzioni mai viste, per convincere i cittadini dell’improcrastinabilità di una nuova contro riforma che, stravolgendo perfino i significati lessicali, tutti si ostinano a volerla chiamare riforma. Come può definirsi “riforma” la pianificata e progressiva regressione dello Stato Sociale e dei diritti costituzionali? Quando si regredisce verso una condizione precedente si deve semmai parlare di contro riforma ma a questo termine, per ragioni ben intuibili, al nostro governo non piace ricorrere.

La pensione retributiva, come la conosciamo oggi, nasce con la legge 153 del 30 aprile 1969 (Riforma Brodolini). Con questa riforma si svincolò definitivamente il calcolo della pensione dalla capitalizzazione dei contributi versati per collegarlo alla retribuzione percepita negli ultimi anni. Con la stessa riforma fu istituita la pensione sociale per chi, raggiunta l’età della vecchiaia, fosse stato privo della necessaria contribuzione minima richiesta, e il principio dell’anzianità contributiva che andava ad affiancarsi a quello della vecchiaia. Tutto questo avveniva in attuazione degli articoli e dei principi costituzionali recentemente stigmatizzati, per l’ennesima volta, dalla stessa Corte Costituzionale con la sentenza n° 70 del 10 marzo 2015 che ribadisce, tanto la natura di salario differito del trattamento pensionistico (con buona pace del Dr. Boeri) quanto il dettato costituzionale che deriva dal combinato degli articoli 3, 36 e 38 della Costituzione stessa, secondo il quale il trattamento pensionistico deve consentire, per tutta la durata della restante vita, un tenore di vita simile, se non proprio pari, a quello mantenuto durante la vita lavorativa.

Questo significa che sarebbe incostituzionale, e sicuro motivo di ricorso da parte delle associazioni e dei movimenti dei pensionati, qualsiasi provvedimento volto a ridimensionare gli importi pensionistici sulla presunzione di qualsivoglia ragione. D’altro canto, è ben altro quello che serve a sanare i bilanci dell’Istituto Previdenziale, a cominciare dalla separazione dell’assistenza dalla previdenza, per finire al versamento dei contributi ai lavoratori del settore pubblico, transitando per la effettiva salvaguardia di tutti, indistintamente tutti, coloro che sono riconducibili alla condizione di “esodato”, così come enunciato dall’ormai famoso Dossier della Rete dei Comitati.

Sul versante sindacale, più di ogni discorso vale la perdurante assenza di una chiara e netta presa di posizione e le dichiarazioni di questi giorni, ultime quelle di Carla Cantone la quale, durante la trasmissione “Mi manda Rai 3”, si allinea esattamente alla sua dirigenza e alla propaganda governativa, limitandosi ad enunciati di principio che, di per se non sono contestabili: serve maggiore equità, maggior tutela per il futuro dei giovani e, dulcis in fundo, serve riformare le pensioni.

Benissimo, siamo pienamente concordi su quali siano i problemi da affrontare ma ora vorremmo sentire, specie dal sindacato, anche le proposte di soluzione perché, se il problema è per tutti lo stesso, non è detto che le stesse siano anche le soluzioni che si hanno in mente. Su questo punto però temo che le risposte le avremo, se mai le avremo, quando ormai tutti sapremo già come sarà andata a finire.

Esodati e pensionati, a differenza del sindacato, sulla questione pensioni sono molto espliciti e rivendicano la piena applicazione di quanto previsto dalla Costituzione: una pensione certa, nei tempi e nella misura, al termine della loro vita lavorativa, nella consapevolezza di pretendere semplicemente il salario differito da loro accantonato nel corso degli anni, come prevede la Costituzione; un salario differito che, a differenza delle strumentali semplificazioni addotte dal Dr. Boeri, non ha – e non deve avere – alcuna relazione con il montante accantonato bensì, in costanza della dovuta contribuzione, deve correlarsi esclusivamente alla retribuzione percepita.

In quest’ottica, non si può pensare ad una questione esodati avulsa da quella delle pensioni in essere o viceversa, come non si può nemmeno pensare di scinderla da quella dell’attuale grave scempio perpetrato nri confronti dello Statuto del Lavoro. La tutela dello stato previdenziale è una questione che coinvolge tutti quanti in eguale misura, anche quei giovani che, plagiati dalla propaganda di regime, si dicono ormai rassegnati a non poter confidare su una futura pensione. Il futuro delle rivendicazioni di lavoratori, esodati e pensionati passa quindi necessariamente per una rinnovata unità, magari dall’interno dei nascenti movimenti e comitati di lotta sociale, piuttosto che nell’inutile attesa del risveglio di un sindacato pateticamente mummificato dalla sua subalternità al potere liberista.

La ormai palese volontà del governo di non procedere fattivamente alla concessione di ulteriori salvaguardie nei confronti degli esodati e di smantellare il sistema pensionistico in essere, sono una valida ragione a procedere quanto più celermente possibile in direzione di una lotta unitaria di tutti i lavoratori, siano essi occupati piuttosto che disoccupati o pensionati. La unanime opposizione a questo sistema politico economico che, in contrasto alla Costituzione, antepone i ricatti di Bruxelles agli interessi dei suoi cittadini e al progresso civile del Paese, troverà quindi una sua tangibile conferma già a partire dalle imminenti elezioni amministrative.

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