Riforma del lavoro : pacta sunt servanda

 

Osservatorio sulla legalità e sui diritti Onlus

 

Riforma del lavoro : pacta sunt servanda
di Rodolfo Roselli*

 

“Pacta sunt servanda”. Questa frase esprime un principio fondamentale, ed universalmente riconosciuto dal diritto, per definire i comportamenti da seguire nei rapporti tra persone per una convivenza pacifica.

L’art. 26 della Convenzione sul diritto dei trattati, stipulata a Vienna il 23 Maggio 1969 afferma che ogni pattuizione in vigore vincola le parti e deve essere da esse eseguita in buona fede. Per contro l’art.10 comma 1 della Costituzione italiana stabilisce che l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme di diritto internazionale. Quindi se un patto non venisse rispettato in Italia, si violerebbe non solo lo stesso patto, ma una norma di rango costituzionale.Ma questo rispetto ha anche una implicazione più vasta se si tiene conto che vincola due parti in causa e, se una delle parti è inadempiente, anche l’altra può essere autorizzata a non esserlo, non potendo accordare alcuna fiducia all’altra. Se questa conseguenza è grave tra privati, ed origine di lite, peggio avviene se una delle parti è una istituzione, perché la perdita di fiducia può scatenare reazioni ben più serie nel contesto di una comunità nazionale.

Tutto questo il ministro, prof. Elsa Fornero, e ancor di più il capo del Governo, prof. Mario Monti, non possono ignorarlo e non possono non aver valutato le conseguenze. Come è mai possibile non rendersi conto che questo provvedimento lascia di colpo senza lavoro, senza pensione e quindi senza risorse, decine di migliaia di persone, tra le quali anziani o malati, per un periodo impreciso di anni? Parlare d’irresponsabilità significa essere ottimisti. Non facciano dunque finta d’ignorare che da tempo veniva ripetuto che la famosa cifra dei 65.000 esodati non era realistica, perché volutamente, hanno fatto finta di niente. Ebbene nel formulare la riforma previdenziale sembra che i patti sottoscritti siano non solo ignorati, ma inquinati d’ argomentazioni in mala fede, fatte solo per sostenere le proprie decisioni. Tutto questo, a mio avviso, è di una gravità senza precedenti in un sistema democratico e concepibile solo in un regime autoritario, ove la forza dello stato viene esercitata contro i sudditi.

Ma la gravità riguarda anche il comportamento morale degli attori. Se revisioni di quanto esistente fossero state necessarie, dovevano essere comunicate preventivamente e concordate. Se i dati certi per prendere delle decisioni non esistevano, si doveva fare in modo d’ averli in tempo, non si poteva prendere alcuna posizione senza averli. L’autorità concessa ad un ministro permette di utilizzare mezzi efficaci per averli, e quando si fosse consapevoli di non poterli avere, non potendo esercitare il compito assegnato, si devono dare le dimissioni. Tutto questo è di una banalità assoluta.

In generale, qualsiasi governo che subentra al precedente, nell’accettare la responsabilità di governare, prima di tutto deve essere consapevole della situazione che eredita, e in secondo luogo non può addossare i propri insuccessi a fatti passati, perché il compito richiesto non è recriminare, ma correggere e migliorare la situazione accettata liberamente. Quanto sopra riposa sulla logica e sull’onestà di ogni persona, e dunque non è una novità. Sarebbe inutile ricordare, ma purtroppo si è costretti a farlo, che in Italia è il Parlamento che rappresenta legalmente il popolo italiano e che questo, con l’approvazione del provvedimento Salva Italia prima e Milleproroghe dopo, intendeva tutelare le categorie che avevano sottoscritto i patti. E invece il decreto del Ministro Fornero è andato contro la volontà del Parlamento, e non apertamente, ma in modo subdolo, all’insaputa di tutti, o mascherando il tutto con promesse fumose di dilazioni, revisioni, in tempi non definiti, che avevano il sapore della parola “mai”, e con la classica e ormai archeologica scusa che mancano i soldi. E’ vero che il sostegno parziale a 65.000 soggetti costa circa 5 miliardi in 6 anni, cioè in media circa 833 milioni/anno, ma la validità d’un provvedimento non è quella di annunciarlo, ma di renderlo attuabile, e se i soldi non bastano, manca un elemento principale per compierlo. Quindi è sciocco tergiversare e cercare scuse, comunque i patti vanno rispettati e i soldi vanno trovati, perché questo è uno dei compiti assegnati a chi governa, e se lo sa fare lo faccia, altrimenti chieda scusa e se ne vada.

La cosa che sorprende è che non è vero che il numero totale degli interessati era inesatto, perché il documento formale era nelle mani del Ministro,a firma del D.G. INPS Mauro Nori, protocollato il 22.5.2012, prima del decreto di giugno,e considerato dal ministro riservato, cioè un problema che riguardava centinaia di migliaia di cittadini, doveva essere tenuto nascosto proprio ai cittadini, e perché mai ? Ma può anche darsi che il ministro non lo abbia letto, o non ne abbia tenuto conto. Del resto il calcolo di massima, basato sulle norme vigenti, è stato fatto in parallelo anche dall’Associazione dei Consulenti del Lavoro. Da questo studio risulta che:

a) nel 2011 erano circa 1,5 milioni i lavoratori destinatari dei trattamenti di cassa integrazione e mobilità. Il tasso di uscita incentivata è del 14% per il settore industria.

b) I lavoratori nati dopo il 1946, autorizzati alla prosecuzione volontaria, con ultimo versamento al 6.12.2011, erano 133.000. Quindi sommando a (270 mila) + b (130 mila) il totale è 403 mila non lontano dal valore INPS e lontanissimo dai 65.000.

Il solo fatto di questa macroscopica differenza, se in buona fede, avrebbe dovuto far ripensare a qualcuno che qualche cosa non quadrava. Come si ricorderà il nuovo governo si vantò di saper fare una riforma delle pensioni, ma quando gli si fece notare che c’erano lavoratori in mezzo al guado, senza lavoro e senza pensione e che quindi era necessario tenerne conto, il governo rispose virilmente: tireremo dritto.(di mussoliniana memoria). Lo fecero, forti di calcoli così approssimativi, che oggi il documento segreto ,arrivato alla stampa, li ha riempiti di ridicolo ed ha suscitato la rabbia di tutti. Ma a questi personaggi non interessa salvare i nullatenenti, ma salvare la loro faccia. Forse non è un errore,perché nell’ansia di ridurre tutto in una colonnina da ragionieri hanno fatto della matematica una loro opinione. Tutto questo modernismo, in realtà ha un modello culturale cui fa riferimento, basta cioè con l’egualitarismo anni settanta, basta con i principi che stabilivano uguaglianza di trattamento alla medesima condizione sociale.

Il nuovo modello sociale è la riffa. La lotteria, tutti possono partecipare pochi vincono, in questo caso, dei nullatenenti uno su sei ce la fa. E poi si ha anche il coraggio di parlare di equità. Di conseguenza, sono state invece attuate delle interpretazioni di comodo e dalla lista sono stati cancellati altri, aventi gli stessi diritti, come una parte dei lavoratori cessati, cioè usciti dal lavoro per dimissioni, licenziamento o altre cause, i lavoratori in mobilità, quelli dei fondi di solidarietà e anche i genitori che erano in congedo straordinario per assistere i figli disabili. E queste interpretazioni di comodo somigliano molto a comportamenti truffaldini.

E’ il caso, ad esempio, dei lavoratori in mobilità, che il decreto Salva Italia li salvaguardava a patto che gli accordi sindacali fossero stipulati prima del 31 dicembre 2011, data già arbitrariamente anticipata con il decreto Milleproroghe al 4 dicembre 2011. Ebbene il decreto Fornero ha aggiunto il cavillo che alla data del 4 dicembre non bastava che l’accordo fosse astato firmato ma , serviva l’effettiva messa in mobilità. La mobilità può essere ordinaria o lunga, ed ha tempi diversi in funzione della necessità di ogni azienda ed è una misura cautelativa per la produzione, che si esplica in tempi diversi. Con questo semplice cavillo erano previsti dall’INPS 45.000 lavoratori, e ne sono stati cancellati di un colpo 15.950, cioè il 35%. Similmente si è ottenuto un taglio tra gli esodati autorizzati alla prosecuzione volontaria dall’INPS e quelli che sono usciti dal lavoro per dimissioni, licenziamento o altre cause tra il 2009 e il 2011 che hanno più di 53 anni e che non si sono rioccupati.

Sono 133.000 le persone autorizzate ai versamenti volontari e nate dopo il 1946 e con un ultimo versamento contributivo prima del 6 dicembre 2011, e regolarmente registrati dall’INPS. Anche in questo caso è stato aggiunto un astuto cavillo cioè la condizione restrittiva che potranno andare in pensione con le vecchie regole solo coloro che, appartenenti alle categorie degli autorizzati e dei cessati, avrebbero maturato la decorrenza della pensione entro 24 mesi dall’entrata in vigore del Salva Italia cioè il 6 dicembre 2011, cioè quelli che li avrebbero maturati entro maggio 2012 se autonomi e entro novembre 2012 se dipendenti . In questo modo delle 133.000 persone autorizzate ne restavano solo 10.250, e dei 180.000 cessati ne erano salvaguardati solo 6.890. Stessa musica per quanto riguarda i lavoratori che godevano dei fondi di solidarietà, cioè assistenza ai figli etc. che l’INPS ne certificava 26.200 e il decreto Fornero ne ha accettati 17.710, e quelli per congedo straordinario che per l’INPS erano 3.300 e per il decreto Fornero 150. In conseguenza di quanto sopra, è indubbia la sciatteria, o per lo meno la leggerezza del ministro, nel preparare i suoi provvedimenti sulla base di documenti da questo definiti contenenti numeri sbagliati e non spiegati. Ed è penoso il tentativo del dire la classica frase “la colpa non è mia”.

Altrettanto penoso è chiedere le dimissioni dei responsabili INPS, suoi sottoposti, e non le sue dimissioni, unica responsabile del tutto. Occorre quindi ricordare al ministro che il suo compito è quello di vigilare sull’INPS e di fornire i numeri esatti e non minacciare i vertici dell’istituto perché con le minacce non si è mai risolto nulla. Certamente potevano esservi delle inesattezze, ma chi le avrebbe dovute controllare ? Ma è altrettanto penoso che alla ricerca di un qualche responsabile, un fatto economico diventi una occasione politica per attaccare i sindacati, che sono sempre stati i padroni dell’INPS, e tutte le forze politiche che li sostengono. Un conto è l’appartenenza politica, un conto sono i numeri , perché un fatto politico non dovrebbe riguardare un governo tecnico. Ancor più preoccupante è il sospetto che il clamoroso errore nei conti potrebbe essere utilizzato proprio dal governo per giustificare una nuova stangata sulle aziende o sui cittadini per estorcere altro denaro.

Presentarsi con la spocchia di grandi riformatori, di persone che sanno tutto, che possono insegnare agli altri tutto e poi sbagliare i conti sulla pelle di chi non può difendersi, è molto più di una prova d’irresponsabilità. L’ultima barzelletta che si sente in giro è che si tenterebbe di calmare la gente cambiando nome agli esodati, chiamandoli persone in attesa di sistemazione. In questo modo gli interessati potrebbero subito versare sul loro conto corrente “l’attesa di sistemazione”. Questo episodio , al di là di tutte le implicazioni già dette, è la prova che una brava professoressa non è detto che possa essere un bravo ministro, nulla di male, tutti possiamo sbagliare, anche il capo del governo, ma una volta capito l’errore, allora il suo dovere è correggerlo, altrimenti questo governo di sapientoni può fornire a tutti la sensazione di un grande bluff e creare insoddisfazione, rabbia, ed è molto prudente non farla esplodere. Non è ad esempio improbabile che tutti i danneggiati si rivolgano, con una specie di vertenza collettiva, ai magistrati per ristabilire i diritti violati ed avere il giusto risarcimento.

* intervento su Radio Gamma 5 del 20.6.2012 e su Challenger TV satellitare Sky 922 ogni giorno dal lunedì al venerdì in diretta dalle ore 19,00

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