La tattica sia ora di supporto al programma strategico del Governo

il popolo in marcia - dipinto

“…I vincoli di Bilancio di cui è garante il ministro Tria
non daranno nessuno spazio di manovra.”

Così si è espresso l’on. Brunetta nel corso della rubrica Omnibus di La7, nella puntata del 23 luglio scorso. A  giudicare dai fatti e dal clima che trapela dalle risposte delle segreterie politiche ai tentativi del Comitato “Esodati Licenziati e Cessati” di allacciare contatti con questo o quell’altro esponente politico, c’è da credergli. C’è da credergli perché alla guida dei ministeri chiave, quelli ai quali l’articolo 81 della Costituzione affida l’ultima parola in tema di vincoli di spesa, non c’è alcuna disponibilità a derogare dalle politiche “lacrime e sangue” che tanto hanno già inciso sulla qualità della vita del Paese. Nel caso e ammesso che il passaggio di fine anno non preluda a rese dei conti nel senso più popolare del termine, ci sarebbe semmai da domandarsi quale potrebbe essere l’eventuale contropartita affinché le formazioni di governo possano fregiarsi del cosiddetto “punto della bandiera”, indispensabile a non vedere naufragare i consensi appena pochi mesi dopo la eclatante affermazione del 4 marzo scorso. La contropartita offerta dai partiti di maggioranza la apprendiamo ormai quotidianamente dalle cronache politiche: ripensamento della quota 41, prima a 41, 5, poi a 42, regime contributivo delle liquidazioni applicato alla quota 100, allungamento delle tempistiche di attuazione delle riforme. Contropartite che snaturano il senso stesso dei promessi provvedimenti rendendoli, agli occhi di chi in questo governo ha riposto la propria fiducia, più invisi ancora del regime che si vorrebbe andare a correggere. Tutto questo però, ai mastini del rigore non basta e c’è da credergli in quanto, anche ipotizzando di applicare tali correzioni alle riforme, i fabbisogni economici continuerebbero a superare di gran lunga le disponibilità di bilancio. Un vero e proprio cul-de-sac quello in cui si sono cacciati i partiti di governo, che potrebbe preludere ad una crisi politica grave ancor più di quella vissuta durante la prima metà del corrente anno.

La fine del programma di quantitative easing deciso da Mario Draghi e la necessità di escogitare alternative all’atteso aumento dell’IVA prospettano un settembre di fuoco e non mancherà certo chi inizierà ad additare alla nudità del re. Credo che possa risultare evidente a chiunque cosa ci attenderebbe se, dopo lo storico crollo della sedicente sinistra, ora dovesse confermarsi l’oggettiva inapplicabilità delle promesse della destra. Perseverare in questo braccio di ferro con i dicasteri dell’economia non porterebbe ad alcun risultato utile se non per i detrattori del governo. Molto meglio sarebbe puntare, fino a che si è in tempo, a quei piccoli aggiustamento oggi possibili perché bisognosi di modeste risorse o perché le stesse risorse sono già accantonate, in tutto o in parte, in qualche fondo cosiddetto “salvadanaio”. Ha purtroppo dell’incredibile come tali opportunità non beneficino invece della dovuta attenzione da parte delle forze di questo governo. Sono ora i piccoli interventi, come l’approvazione per decreto d’urgenza della nona salvaguardia, quelli che possono contribuire a conservare la fiducia nei partiti di governo.

Fare il fattibile
che non è stato fatto dai precedenti tre governi,

fare finalmente giustizia, restituire al cittadino dignità e fiducia nel futuro, sono atti che prescindono dal numero delle persone coinvolte. È dare prova tangibile all’elettorato della effettiva determinazione nel procedere in quelle grandi riforme le cui tempistiche di attuazione superano purtroppo di gran lunga la pazienza degli elettori. Il tempo stringe e il mese di ottobre, con l’avvio dei lavori per l’approvazione della Legge di Stabilità 2019 costituirà un granitico, inesorabile spartiacque tra ciò che sarà stato fatto e ciò che, con ogni probabilità, non sarà più possibile fare.

 

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