Esodati e ottava salvaguardia, sanare le discriminazioni si può.

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manifestanti IIX salvaguardia

Giunge conferma, direttamente dagli interlocutori parlamentari dei comitati esodati, che tutti gli emendamenti alla ottava salvaguardia sono stati respinti, tranne l’estensione dal 31 dicembre 2012 al 31 dicembre 2014 della data di licenziamento per i mobilitati a seguito di fallimenti ante 2012. A questa si aggiunge quella dell’incremento del pacchetto salvaguardie, da 27.700 a 30.700 unità, unitamente alla richiesta di incrementare la copertura economica di ulteriori 150 milioni. Restano pertanto in essere le iniziali

discriminazioni tra le varie categorie di esodati,

più volte denunciate da alcuni comitati esodati, tra i quali il Comitato “Licenziati o cessati senza tutele”, le quali anzi risultano addirittura inasprite. In sintesi, ecco i provvedimenti previsti dal testo attuale:

Lavoratori in mobilità con accordi ante 2011 o cessati entro il 2014 a seguito fallimento, ristrutturazione, amministrazione straordinaria, etc, avviato entro il 2011: per questi soggetti la legge dispone il prolungamento di 36 mesi della mobilità a copertura dei soli requisiti; quindi un totale di 6 anni di mobilità al Nord e 7 al Sud. Unico requisito richiesto sarà il perfezionamento dei requisiti entro il termine della mobilità, senza alcun altro limite temporale per quanto riguarda il conseguimento dei requisiti o la data di decorrenza. Avrà quindi diritto alla salvaguardia chiunque raggiunga i requisiti entro il 2020 se al Nord ed entro il 2021 se al Sud. Considerato che le quote prevedono 12 mesi di finestra, mentre con 40 anni di contributi la finestra sale a 15 mesi, ne deriva che, a seconda della regione di appartenenza e dei requisiti considerati (quote, anzianità contributiva o vecchiaia), questi avranno diritto alla salvaguardia se la decorrenza si collocherà entro un arco temporale che si estende fino alla forchetta tra il 1° gennaio 2021 e il 1° aprile 2022.

Altre categorie di esodati: saranno salvaguardati solo coloro che raggiungeranno la decorrenza entro dicembre 2018. E’ evidente che questi ex lavoratori devono raggiungere i requisiti 12 o 15 mesi prima quindi, entro dicembre 2017 o anche solo entro settembre 2017 nel caso di pensionamento per anzianità contributiva.

Contributori volontari senza almeno un contributo versato entro il 2011: salvaguardati solo coloro che raggiungeranno la decorrenza entro dicembre 2017. Qui la discriminazione è ancora più marcata perché, per le anzianità contributive il termine utile al raggiungimento dei requisiti è addirittura già scaduto mentre per gli altri scadrà al 31 dicembre 2016, prima ancora dell’entrata in vigore della legge.

Da quanto sopra, si evince facilmente come due ex lavoratori, entrambi sessantenni, con pari cumulo contributivo, uno in mobilità e l’altro in contribuzione volontaria o cessato, che raggiungessero entrambi i requisiti negli anni dal 2018 o successivi, il primo verrebbe salvaguardato mentre l’altro no, nemmeno se fosse in possesso del parere favorevole della DTL.

La discriminazione, nel caso esemplificato ed affatto insolito, è addirittura palese

A questo punto, mi pare appena il caso di richiamare i principi fondamentali ed inalienabili scritti a chiare lettere negli Art. 2 e 3 della nostra Costituzione:

Art. 2.
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Se l’articolo 2 richiama al proprio dovere la politica in materia di solidarietà, l’articolo 3 entra pienamente nel merito richiamando i principi di eguaglianza di fronte alla Legge e del diritto alla partecipazione economica e sociale del Paese. Un diritto che non si restringe alla partecipazione passiva in qualità di contribuente ma, più ampiamente, esprime il diritto alla partecipazione attiva alla vita economica del Paese, in quanto il cittadino è guardato come soggetto attivo nel contribuire allo sviluppo economico del Paese, riconoscendogli implicitamente, in tal modo, il diritto ed una pubblica utilità nell’essere consumatore di beni in misura analoga a come lo sia stato durante la sua vita lavorativa. Un diritto che, in ultima analisi, viene a sublimarsi nei concetti di dignità e qualità della vita di ogni singolo cittadino.

Stanti le attuali intenzioni del legislatore, non è difficile prevedere una prossima mobilitazione degli esodati discriminati i quali, perduta ogni speranza in una giusta ed equa composizione del danno subito, vorranno certamente portare la questione avanti alla Corte Costituzionale. Le premesse ci sono tutte e non saranno certo le vaghe rassicurazioni secondo le quali “qualcosa si farà” a farli desistere. Intanto perché gli esodati si richiamano ad un diritto leso e non ad una forma qualsivoglia di sostegno (APE?). In secondo luogo perché, dopo cinque anni deludenti, non possono più nutrire alcuna fiducia nella politica dell’anno per anno; tanto meno la possono nutrire ora che, nel breve, si profilano all’orizzonte possibili stravolgimenti costituzionali, instabilità politiche e terremoti bancari.

Se all’apparenza sembrerebbe che la situazione sia finita in un vicolo senza uscita e che il destino di migliaia di esodati attualmente esclusi debba necessariamente diventare materia di pronunciamento della Corte Costituzionale, un correttivo che potrebbe sanare le distanze, senza con questo incidere sul bilancio dello Stato, esiste.

Intanto, facendo una volta tanto tesoro degli errori pregressi, sarebbe opportuno rendersi conto che, tra le tre platee delineate dal legislatore si sta creando una discriminazione che, tra due situazioni estreme, arriva a superare addirittura i 5 anni (da settembre 2016 ad aprile 2022).

In secondo luogo, è indispensabile apportare opportune modifiche all’Art. 33 precettando i risparmi della ottava salvaguardia per destinarli ad una sorta di “contatore” o “sanatoria” o come altro la si volesse chiamare, sulla falsariga di come è stato già fatto per Opzione Donna, finalizzando tali risparmi a salvaguardare tutti gli esodati, di tutte le categorie, che raggiungano i requisiti pensionistici entro il 31-12-2021 e che attualmente non rientrano nella salvaguardia. Una analoga proposta è stata presentata al Sottosegretario del PD, dott. Tommaso Nannicini, non più tardi di lunedì 21 scorso, in chiusura dell’incontro tenutosi al Palavela di Torino, ed è ora allo studio di fattibilità per parte dei suoi tecnici.

Soltanto uniformando i termini delle salvaguardie tra le categorie di esodati si potrà sostenere, con ragione, di aver reso giustizia nell’equità.

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